Negli ultimi articoli abbiamo seguito alcune delle fasi che determinano la qualità di un processo di assessment delle competenze:
Abbiamo visto che tutto comincia dalla progettazione, quando una domanda organizzativa viene trasformata in obiettivi di osservazione. (trovi qui l’articolo completo)
Abbiamo poi approfondito il ruolo della comunicazione, perché un assessment genera evidenze più affidabili quando le persone comprendono il senso del percorso e si fidano del processo. (trovi qui l’articolo)
Infine, ci siamo soffermati sulla calibration, il momento in cui osservazioni, punteggi e differenze tra assessor vengono confrontati per costruire un giudizio più solido. (trovi qui l’articolo)
A questo punto il processo sembra avvicinarsi alla sua conclusione, le prove sono state svolte, le evidenze sono state raccolte e la valutazione è stata discussa…
Manca il report.
Molte organizzazioni rischiano di sottovalutare uno dei passaggi più delicati dell’intero percorso.
Perché il report non è semplicemente il documento che riassume ciò che è emerso, ma è il punto in cui l’assessment viene tradotto in una forma comprensibile e utilizzabile da interlocutori diversi:
1. Partecipanti
2. HR, manager e, in alcuni casi, vertici organizzativi.
Un report può essere tecnicamente corretto e risultare comunque poco utile.
Può contenere dati, grafici, punteggi e descrizioni accurate, ma non aiutare realmente chi lo legge a comprendere che cosa è importante, quali decisioni assumere, quali azioni avviare o quali priorità presidiare.
La qualità del report, quindi, non dipende dalla quantità di informazioni che contiene ma dalla sua capacità di trasformare quelle informazioni in conoscenza utilizzabile.
Dal risultato alla comprensione
Alla fine di un assessment l’organizzazione dispone generalmente di molte informazioni.
Ci sono punteggi numerici, osservazioni qualitative, note degli assessor, comportamenti emersi durante le prove, risultati provenienti da strumenti differenti, confronti con profili di ruolo e, nei percorsi più articolati, indicatori costruiti integrando fonti diverse.
Disporre di molte informazioni però, non significa ancora possedere una lettura della persona.
Il report nasce esattamente in questo passaggio: prende ciò che è stato osservato e lo organizza affinché possa essere compreso, discusso e utilizzato.
Un buon report quindi, oltre a indicare “quanto” una persona abbia espresso una determinata capacità, dovrebbe aiutare a comprendere come quella capacità si sia manifestata, attraverso quali comportamenti sia diventata visibile, in quali situazioni sia risultata maggiormente efficace e quali eventuali condizioni ne abbiano limitato l’espressione.
Un punteggio può orientare lo sguardo, ma difficilmente basta a costruire una comprensione.
Dire, per esempio, che una persona ha ottenuto un livello elevato nella capacità decisionale fornisce un’informazione. Raccontare che, di fronte a una situazione complessa, ha saputo individuare le informazioni rilevanti, valutare le alternative, assumersi la responsabilità della scelta e sostenerla anche di fronte a obiezioni rende quella valutazione molto più leggibile.
Il dato dice che cosa è emerso, il profilo aiuta a comprendere che cosa significa.
Il report deve aggiungere un ulteriore passaggio: aiutare a capire che cosa possiamo farne.
Questo passaggio trasforma una raccolta di risultati in uno strumento di lavoro.
Una fotografia che deve anche raccontare
Ogni report di assessment contiene inevitabilmente una componente fotografica.
Scale, punteggi, livelli, grafici e sintesi numeriche permettono di visualizzare rapidamente il profilo emerso e, quando previsto dal modello, di confrontarlo con standard, benchmark o profili di ruolo.
Questa dimensione è importante. Consente una lettura immediata e rende comparabili alcune informazioni, ma se il report si ferma al dato numerico, il lettore rischierà di vedere il risultato ma di non comprenderne il significato. Il profilo deve quindi anche raccontare.
Deve mostrare in che modo i risultati hanno preso forma nelle situazioni osservate, quali pattern comportamentali sono emersi con maggiore continuità, quali risorse appaiono consolidate e quali aree richiedono maggiore attenzione.
Il valore narrativo del report non deve però essere confuso con un abbellimento del testo, deve dare significato ai dati mantenendo il legame con le evidenze.
Una buona narrazione valutativa permette a chi legge di riconoscere la persona dietro il profilo senza scivolare in descrizioni generiche o giudizi impressionistici. Questo fa emergere una delle difficoltà maggiori nella scrittura.
Se il report è troppo tecnico, rischia di parlare soltanto agli specialisti. Se è troppo generico, perde precisione. Se è eccessivamente descrittivo, può non orientare l’azione. Se è troppo sintetico, rischia di non restituire la complessità necessaria per comprendere.
Scrivere un report significa trovare continuamente un equilibrio tra rigore e leggibilità, sintesi e profondità, descrizione e utilità.
Il report descrive comportamenti, non definisce persone
Esiste poi un’attenzione metodologica ed etica che non dovrebbe mai essere dimenticata.
L’assessment osserva comportamenti espressi all’interno di determinate situazioni e attraverso specifici strumenti quindi il report non può trasformare ciò che è stato osservato in una definizione assoluta della persona.
Affermare che qualcuno “è poco orientato al risultato”, “è scarsamente flessibile” o “è un buon leader” significa spostarsi dal piano dell’evidenza comportamentale a quello dell’etichetta personale.
Una formulazione metodologicamente più corretta descrive invece ciò che è emerso: nelle situazioni osservate la persona tende a privilegiare determinati comportamenti, mostra maggiore o minore efficacia in alcune condizioni, utilizza con continuità alcune risorse e ne attiva altre in modo più discontinuo.
Questa differenza può sembrare puramente linguistica ma non lo è. Semplicemente riconosce i confini della valutazione.
Un assessment non pretende di dire “chi è” una persona in senso assoluto, un assessment offre una lettura fondata di “come“ quella persona ha espresso determinate capacità nelle condizioni osservate.
Questa cautela aumenta il rigore del report senza indebolirne il valore.
Non esiste “il” report di assessment
Un altro elemento importante riguarda il destinatario.
Spesso si parla genericamente di “report di assessment”, come se esistesse un unico documento capace di rispondere contemporaneamente alle esigenze di tutti gli interlocutori.
In realtà è utile distinguere almeno due grandi finalità:
il report destinato al partecipante e il report direzionale destinato all’organizzazione.
Le evidenze dalle quali partono devono essere coerenti. Ciò che cambia è la funzione che il documento deve svolgere.
Il report partecipante ha prevalentemente una finalità di comprensione e sviluppo. Deve aiutare la persona a riconoscere ciò che è emerso, comprendere i propri punti di forza e le aree sulle quali può investire e preparare il terreno per il successivo colloquio di feedback.
La persona deve potersi riconoscere nel profilo senza ricevere semplicemente una successione di punteggi o giudizi.
Il report direzionale risponde invece a una domanda diversa.
Deve permettere a HR e management di utilizzare i risultati all’interno del processo organizzativo per il quale l’assessment è stato progettato.
Se la finalità è la selezione, dovrà facilitare la lettura della coerenza tra profilo, ruolo e contesto. Se l’obiettivo è lo sviluppo, dovrà rendere visibili priorità di crescita e leve sulle quali investire. Se si lavora sulla successione manageriale, dovrà consentire di comprendere punti di forza, aree di rischio, livello di preparazione rispetto alle responsabilità future e condizioni che potrebbero favorire il successo nel ruolo.
Stesse evidenze non significano necessariamente stesso report.
Il rigore metodologico richiede coerenza nella valutazione, non uniformità nella rappresentazione.
La vera domanda diventa quindi: chi leggerà questo documento e quale decisione, riflessione o azione dovrà essere in grado di intraprendere dopo averlo letto?
Un buon report sa anche scegliere
Uno dei rischi più frequenti è associare la qualità alla completezza.
Più grafici, più dati, più descrizioni, più informazioni: apparentemente un documento molto ricco dovrebbe essere anche un documento migliore ma non è sempre così.
Molti report falliscono proprio perché contengono troppe informazioni senza una reale gerarchia.
Il lettore arriva alla fine e sa molte cose, ma non ha capito quale sia il punto.
Quali sono le capacità realmente distintive? Quali aree meritano attenzione prioritaria? Quali comportamenti sostengono maggiormente l’efficacia? Quali elementi possono rappresentare un rischio rispetto al ruolo? Dove è opportuno concentrare lo sviluppo?
Quando queste domande rimangono senza risposta, il report rischia di diventare un archivio di informazioni più che uno strumento di lavoro.
Un report che dice tutto rischia di non dire che cosa conta davvero.
Scrivere bene significa quindi anche selezionare.
Non tutte le evidenze raccolte devono necessariamente entrare nel documento con lo stesso peso. Occorre distinguere ciò che è significativo da ciò che è accessorio, ciò che ricorre da ciò che rappresenta un episodio isolato, ciò che ha rilevanza rispetto alla domanda organizzativa da ciò che, pur interessante, non contribuisce realmente alla lettura richiesta.
La sintesi, in questo senso, si trasforma in una capacità di attribuire priorità e non impoverisce il report.
Dal profilo individuale alla decisione organizzativa
Il report di assessment svolge quindi una doppia funzione.
Da un lato restituisce un profilo individuale.
Dall’altro alimenta una decisione organizzativa.
Questa seconda funzione viene talvolta sottovalutata. Si pensa al report come a un documento “sulla persona”, mentre è anche un documento costruito per sostenere un processo.
Il contenuto non dovrebbe pertanto essere neutro rispetto alla domanda dalla quale l’assessment è nato, un report ben costruito mantiene il filo con l’intero impianto progettuale:
parte dagli obiettivi dell’assessment, restituisce ciò che è stato osservato, collega le evidenze alle capacità valutate e rende comprensibile come quelle informazioni possano sostenere una decisione o un percorso di sviluppo.
Quando questo collegamento manca, il documento può essere corretto, accurato e persino elegante, ma fatica a incidere sui processi reali.
Il report diventa utile quando riesce a costruire un ponte tra persona e organizzazione, valutazione e decisione, presente e sviluppo futuro.
La coerenza interna del profilo
Le diverse parti del documento devono dialogare tra loro. Punteggi, descrizioni qualitative, sintesi finali, indicazioni di sviluppo e raccomandazioni operative devono restituire una lettura riconoscibile della stessa persona.
Può accadere, ad esempio, che un punteggio elevato venga accompagnato da una descrizione debole o fortemente problematica. Oppure che una capacità indicata come punto di forza nella sintesi emerga, nelle note qualitative, come discontinua e fortemente dipendente dal contesto.
In altri casi il linguaggio può progressivamente allontanarsi dalle evidenze fino a introdurre interpretazioni che il processo non è realmente in grado di sostenere.
Per questo la redazione richiede un controllo finale di coerenza.
Le conclusioni derivano realmente dalle evidenze? I punteggi e le descrizioni raccontano la stessa storia? Le priorità indicate nella sintesi sono riconoscibili nelle sezioni precedenti? Le indicazioni operative derivano dal profilo oppure sono raccomandazioni generiche?
Il lettore non dovrebbe essere costretto a fare la calibration del report.
Se un dato indica una direzione, il testo ne suggerisce un’altra e la sintesi porta verso una terza conclusione, stiamo trasferendo al destinatario un lavoro interpretativo che avrebbe dovuto svolgere l’assessor.
La coerenza interna non è quindi un requisito stilistico ma un controllo di qualità.
Numerico, descrittivo, gestionale
Un report completo dovrebbe riuscire a integrare tre dimensioni.
La prima è numerica, perché punteggi, scale e indicatori consentono di sintetizzare i risultati, rendere immediata la lettura e, quando metodologicamente previsto, effettuare confronti.
La seconda è descrittiva, perché la valutazione ha bisogno di essere spiegata attraverso comportamenti, ricorrenze ed evidenze osservate.
La terza è gestionale, perché l’assessment deve produrre informazioni utilizzabili nei processi HR e nelle decisioni organizzative.
Quando una di queste dimensioni prevale eccessivamente sulle altre, il report perde equilibrio.
Un documento soltanto numerico può essere rapido da leggere, ma povero di significato. Un report esclusivamente descrittivo può risultare ricco e accurato, ma difficile da confrontare e utilizzare. Un report eccessivamente gestionale può spingersi troppo rapidamente verso la decisione senza rendere sufficientemente visibile il percorso valutativo che la sostiene.
La qualità nasce dall’integrazione.
1. Il numero orienta.
2. La descrizione spiega.
3. La lettura gestionale permette di agire.
Quest’ultima dimensione segna spesso la distanza tra un report tecnicamente ben fatto e un report realmente utile.
Un documento che prepara il feedback
Il report, inoltre, arrivando prima del feedback, lo accompagna o lo segue, a seconda del modello adottato. In ogni caso, ne influenza profondamente la qualità della restituzione.
Un report chiaro permette al feedback di concentrarsi sulla comprensione, sul confronto e sull’apprendimento. Aiuta la persona a collegare ciò che è emerso alla propria esperienza professionale e a trasformare la valutazione in maggiore consapevolezza.
Un report confuso costringe invece il feedback a svolgere un lavoro preliminare di decodifica: spiegare ciò che il documento non è riuscito a rendere comprensibile, chiarire apparenti contraddizioni o ricostruire il significato dei risultati.
Questo passaggio è particolarmente importante nei percorsi di sviluppo.
Il valore dell’assessment non si esaurisce infatti nella valutazione.
Si realizza pienamente quando le evidenze raccolte diventano una base per scegliere, apprendere, allenare capacità e costruire percorsi di crescita più mirati.
Il report non dovrebbe quindi lasciare il partecipante con una semplice fotografia del proprio profilo ma aprire una possibilità di lavoro.
Quando il report rende visibile la qualità dell’assessment
C’è infine un motivo per cui il report rappresenta uno snodo così importante, è spesso il primo oggetto concreto attraverso il quale l’assessment viene giudicato.
Il partecipante, il manager o il committente non hanno necessariamente visto tutto ciò che lo ha preceduto: la progettazione, la costruzione delle griglie, il lavoro degli assessor, la calibration, le discussioni sulle evidenze e i criteri utilizzati, vedono il report.
Anche attraverso quel documento, costruiscono un’impressione sulla qualità dell’intero processo.
Se il report è chiaro, coerente, selettivo e fondato, rafforza la credibilità dell’assessment.
Se è generico, contraddittorio o difficilmente utilizzabile, anche un percorso metodologicamente rigoroso rischia di perdere autorevolezza proprio nel momento in cui dovrebbe dimostrare il proprio valore.
Per questo la redazione del report diventa una fase di pensiero vera e propria e non un semplice atto finale e meccanico.
Il report che orienta
Un report di assessment rappresenta il punto di raccordo tra valutazione e azione.
Raccoglie ciò che è stato osservato, lo organizza in una lettura coerente e lo rende disponibile per il feedback, lo sviluppo, le decisioni HR e, quando previsto, la people strategy.
Quando è costruito bene, consegna al lettore una vera mappa da utilizzare.
Una mappa che aiuta a comprendere dove una persona esprime capacità solide, dove incontra maggiori difficoltà, quali condizioni possono favorirne lo sviluppo e quali scelte organizzative possono essere assunte con maggiore consapevolezza.
Il report serve, in fondo, a evitare che l’assessment resti confinato dentro prove, punteggi e valutazioni tecniche.
Serve a trasformare ciò che è stato osservato in qualcosa che la persona e l’organizzazione possano comprendere e utilizzare.
Un buon report non conclude l’assessment. Gli dà una direzione.
Perché il valore di un assessment non dipende dalla quantità di informazioni che riesce a produrre, ma dalla capacità di trasformarle in conoscenza utilizzabile per comprendere una persona, accompagnarne lo sviluppo e assumere decisioni organizzative più consapevoli.
Il report è il punto in cui la valutazione smette di essere soltanto un risultato e comincia a diventare una possibilità di azione.
Per approfondire metodologie, strumenti e fasi operative dell’assessment, il libro Fare Assessment oggi di Angela Gallo propone un percorso metodologico e operativo dedicato alla progettazione e alla gestione dell’intero processo di assessment. (scopri l’estratto qui)
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