Perché le competenze, da sole, non spiegano il comportamento organizzativo

Negli articoli precedenti abbiamo esplorato come misurare le competenze attraverso strumenti di assessment diretti e indiretti.

 

 

Abbiamo visto come osservare una persona mentre affronta una simulazione, prende decisioni, gestisce un collaboratore o negozia con un cliente permetta di raccogliere informazioni preziose sul suo modo di agire. (leggi qui l’articolo)

 

 

Allo stesso tempo, abbiamo visto come questionari e strumenti indiretti consentano di rilevare la continuità di quei comportamenti nella quotidianità lavorativa. (leggi qui l’articolo)

 

 

Tutto questo è fondamentale. Ma è sufficiente?

 

 

Immaginiamo una situazione molto frequente.

 

Due manager partecipano allo stesso Assessment Center.

 

Entrambi ottengono un livello adeguato nella capacità di prendere decisioni.

Entrambi dimostrano di analizzare le informazioni disponibili, valutare le alternative e scegliere una direzione.

 

 

Sei mesi dopo, però, le loro performance sono molto diverse.

Il primo affronta con decisione anche le situazioni più incerte, coinvolge il team, mantiene lucidità sotto pressione e continua a decidere anche quando il contesto cambia.

Il secondo, invece, rallenta. Chiede continue conferme. Rinvia le decisioni più difficili. Nei momenti di maggiore pressione tende a perdere sicurezza e a rifugiarsi in ciò che conosce.

 

 

La domanda è inevitabile.

 

Com’è possibile che due persone con la stessa competenza producano risultati così diversi?

 

La risposta è semplice quanto spesso trascurata.

 

Le competenze descrivono ciò che una persona è in grado di fare.

 

 

Ma non spiegano completamente perché, in alcune situazioni, quella competenza venga espressa con naturalezza e in altre rimanga soltanto potenziale.

 

 

Esiste una parte meno visibile della performance che influenza il comportamento quotidiano e che ogni professionista dell’HR dovrebbe imparare a conoscere.

 

La parte invisibile della performance

 

Quando osserviamo una competenza stiamo osservando un comportamento.

Vediamo una persona che negozia, decide, pianifica, comunica, guida un gruppo.

 

 

Quello che non vediamo è ciò che rende possibile quel comportamento.

 

Possiamo immaginare la performance come un iceberg:

– La parte emersa è costituita dalle competenze osservabili.

– Sotto la superficie, invece, troviamo fattori più profondi che ne influenzano l’espressione.

 

Non sono competenze, non le sostituiscono, ma spiegano perché due persone con capacità apparentemente simili possano ottenere risultati molto differenti.

 

 

Questa parte invisibile può essere osservata attraverso quattro grandi costrutti psicologici: 

 

attitudini, tratti di personalità, valori e agilità emotiva.

 

Ognuno di essi aggiunge un tassello alla comprensione della persona.

 

Primo livello: le abilità cognitive

 

Le competenze descrivono ciò che una persona è in grado di fare.

 

Le attitudini cognitive, invece, descrivono alcune delle risorse mentali che possono facilitare lo svolgimento di determinate attività.

 

 

I test attitudinali misurano abilità cognitive specifiche, come il ragionamento verbale, numerico, astratto, spaziale e percettivo. 

 

 

Non osservano il comportamento organizzativo, ma rilevano il livello di efficacia con cui una persona elabora informazioni, individua relazioni logiche o affronta problemi di natura cognitiva.

 

 

Per questa ragione trovano la loro applicazione soprattutto nei processi di selezione di giovani talenti, nei percorsi di inserimento professionale e nella valutazione di ruoli a elevato contenuto tecnico o specialistico, dove tali abilità rappresentano un prerequisito importante per l’efficacia professionale.

 

 

Quando però l’obiettivo diventa comprendere competenze manageriali più evolute (come il pensiero sistemico, la leadership, la gestione del cambiamento o la capacità di influenzare le persone) le sole abilità cognitive non sono sufficienti a spiegare la qualità della performance. 

 

Entrano infatti in gioco altri fattori, come i tratti di personalità, i valori e il modo in cui la persona gestisce il proprio mondo emotivo.

 

 

Secondo livello: il modo abituale di agire

 

Perché alcune persone affrontano il cambiamento con entusiasmo mentre altre mostrano maggiore prudenza?

 

Perché alcuni manager costruiscono facilmente relazioni collaborative mentre altri tendono a lavorare in modo più autonomo?

 

La risposta, almeno in parte, risiede nei tratti di personalità.

I tratti descrivono modalità relativamente stabili di percepire la realtà e di reagire agli stimoli dell’ambiente.

 

Non determinano il comportamento, ma ne influenzano la probabilità.

 

Una persona con elevata apertura al nuovo sarà mediamente più disponibile a sperimentare.

Una persona molto accurata tenderà a prestare maggiore attenzione ai dettagli.

 

Chi possiede elevata perseveranza affronterà con maggiore continuità gli ostacoli.

I tratti, quindi, non misurano la competenza.

 

Aiutano a comprendere lo stile con cui quella competenza verrà espressa.

 

Terzo livello: la bussola delle scelte

 

Esiste poi una domanda ancora più interessante.

 

Perché due persone, entrambe competenti e con caratteristiche di personalità simili, prendono decisioni diverse di fronte alla stessa situazione?

 

Qui entrano in gioco i valori.

 

I valori rappresentano ciò che una persona considera importante.

Sono i criteri con cui attribuiamo significato alle esperienze, definiamo le priorità e scegliamo come agire.

 

Autonomia, responsabilità, equità, sostenibilità, inclusione, sicurezza, riconoscimento, crescita.

Ogni persona costruisce nel tempo una propria gerarchia di valori.

 

Quando questa gerarchia è coerente con la cultura organizzativa aumenta il coinvolgimento, la motivazione e la permanenza in azienda.

 

Quando invece il disallineamento è profondo, anche professionisti molto competenti possono sperimentare disaffezione, perdita di energia e desiderio di cambiamento.

 

Le competenze spiegano come una persona può agire.

I valori spiegano perché sceglierà una strada piuttosto che un’altra.

 

Quarto livello: l’energia emotiva

 

C’è infine un ultimo elemento che influenza profondamente la performance.

Le emozioni, o ancora meglio, i sentimenti che accompagnano il nostro modo di affrontare il lavoro.

 

Una competenza non viene mai esercitata in assenza di un vissuto emotivo.

Ogni decisione, ogni negoziazione, ogni colloquio di feedback, ogni cambiamento organizzativo è accompagnato da sentimenti che possono sostenere oppure ostacolare l’azione.

 

Il coraggio rende più facile decidere.

La fiducia facilita la collaborazione.

L’entusiasmo alimenta l’innovazione.

L’empatia migliora la qualità delle relazioni.

 

Al contrario, paura, diffidenza, rancore o pessimismo possono limitare l’espressione di competenze anche molto sviluppate.

 

Per questo motivo oggi cresce l’interesse verso strumenti capaci di misurare l’agilità emotiva: non per eliminare le emozioni, ma per comprendere in che modo esse influenzano la qualità del comportamento professionale.

 

L’assessment del futuro

 

Per molti anni abbiamo pensato che osservare il comportamento fosse sufficiente.

Oggi sappiamo che non è più così.

 

Le competenze restano il cuore di ogni processo di assessment, perché descrivono ciò che una persona è realmente in grado di fare.

 

Ma la loro interpretazione diventa molto più ricca quando viene integrata con altri livelli di lettura.

Le attitudini descrivono le risorse cognitive della persona.

 

I tratti di personalità descrivono il suo stile abituale di comportamento.

I valori orientano le sue scelte e le sue priorità.

L’agilità emotiva influenza il modo in cui le competenze vengono espresse.

 

È l’integrazione di queste prospettive che permette di passare dalla semplice misurazione alla comprensione.

 

Ed è proprio questa la vera evoluzione dell’assessment organizzativo: non aggiungere strumenti per il gusto di farlo, ma costruire una lettura sempre più profonda della persona, così da prendere decisioni più consapevoli nella selezione, nello sviluppo, nel coaching e nella crescita manageriale.

 

Dalla teoria alla pratica

 

Comprendere il potenziale delle persone significa andare oltre ciò che è immediatamente osservabile.

 

Le competenze raccontano una parte della storia; attitudini, tratti, valori e agilità emotiva aiutano a comprenderne le cause, le leve e le possibilità di sviluppo.

 

Integrare queste prospettive significa passare da una logica di semplice valutazione a una cultura dell’interpretazione, capace di supportare decisioni più consapevoli e interventi di sviluppo realmente personalizzati.

 

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Perché comprendere meglio le persone non significa semplicemente valutarle meglio. Significa prendere decisioni organizzative migliori.

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